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SALARI, PARTECIPAZIONE E PENSIONI: TRE NODI PER IL FUTURO DEL LAVORO

C’è una questione che attraversa in profondità il lavoro in Italia e che non può più essere rinviata: la tenuta sociale del Paese dipende dalla capacità di garantire salari giusti, partecipazione reale delle lavoratrici e dei lavoratori ai processi d’impresa e pensioni dignitose. Non sono temi separati, ma tre leve decisive di uno stesso equilibrio che va reso sempre meno fragile. 

Viviamo una fase segnata da inflazione persistente, carriere frammentate, precarietà strutturale e transizioni tecnologiche e organizzative che stanno cambiando il modo di lavorare e produrre. In questo contesto, continuare a contrapporre slogan a slogan è una scorciatoia sterile. Serve invece un confronto orientato alle soluzioni, capace di rimettere in asse retribuzioni, produttività e tutela sociale.

Sul fronte dei salari, il punto di partenza resta la contrattazione collettiva. È qui che si gioca la possibilità di ricostruire equità e stabilità, accelerando i rinnovi, rafforzando – dove sostenibile – le clausole di salvaguardia sul costo della vita e valorizzando la contrattazione di secondo livello, aziendale e territoriale. Non come surrogato del contratto nazionale, ma come strumento intelligente per redistribuire produttività, riconoscere competenze, estendere il welfare contrattuale e contrastare il dumping che finisce per impoverire sia i lavoratori sia le imprese corrette. In parallelo, la politica non può chiamarsi fuori: ridurre strutturalmente il cuneo fiscale e creare un quadro che premi buona occupazione e investimenti non è un’opzione, ma una responsabilità.

Il secondo nodo è la partecipazione. Passare da una cultura prevalentemente conflittuale a un modello cooperativo non significa indebolire le tutele, ma rafforzarle. Coinvolgere i lavoratori nei processi decisionali migliora organizzazione, qualità, sicurezza e risultati complessivi. La Legge 15 maggio 2025, n. 76, che dà attuazione all’articolo 46 della Costituzione disciplinando diverse forme di partecipazione – gestionale, economico-finanziaria, organizzativa e consultiva – rappresenta un’occasione concreta. Ma perché non resti sulla carta, servono accordi chiari, verificabili e fondati sul merito. La qualità delle relazioni industriali non si misura con le etichette o i rituali, bensì sui diritti effettivamente garantiti e sugli effetti reali nei luoghi di lavoro.

Infine, la questione pensionistica. Parlare di pensioni oggi significa parlare di dignità, soprattutto in un Paese dove carriere discontinue e salari bassi rischiano di produrre domani una nuova povertà di massa tra gli anziani. Trovare un equilibrio serio tra sostenibilità e adeguatezza delle prestazioni è possibile solo se si riconoscono i lavori gravosi, si proteggono i percorsi più fragili, si riduce la discontinuità contributiva e si costruisce una previdenza complementare realmente accessibile, non riservata a chi già sta bene. In caso contrario, il sistema continuerà a scaricare i costi sulle generazioni più giovani e sui redditi medi e bassi.

Mettere insieme questi tre temi come abbiamo cercato di fare nel corso del convegno odierno alla Camera dei deputati, non è un esercizio teorico, ma una scelta di realismo. Salari efficaci, partecipazione come responsabilità condivisa e pensioni dignitose sono i pilastri di un nuovo patto sociale. O si torna a far funzionare i meccanismi che distribuiscono valore e protezione, oppure il lavoro continuerà a perdere centralità, fiducia e capacità di tenere insieme il Paese. E questo è un rischio che l’Italia non può permettersi.


Francesco Prudenzano

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