Il caporalato è reato penale e va perseguito come tale. Ma intorno al reato esiste un’indeterminatezza contrattuale che rende il lavoratore strutturalmente esposto.
Quattro lavoratori afghani sono morti in Calabria perché chiedevano la paga per il lavoro svolto. Un quinto si è salvato fuggendo da un bagagliaio. Confintesa esprime cordoglio per le vittime e vicinanza alle loro famiglie.
L’episodio richiede, oltre al cordoglio, una riflessione di metodo che la cronaca dei singoli reati non chiude. Il caporalato è un reato penale e va perseguito con strumenti penali e di polizia. Ma intorno al reato esiste una fragilità di sistema che lo rende strutturalmente possibile, e che riguarda l’intero impianto della contrattazione collettiva italiana.
Il diritto al salario è un diritto giuridico, non un atto di fede. Perché un lavoratore possa pretenderlo, deve essere noto ex ante quale sia il CCNL applicabile al suo rapporto di lavoro. Nell’attuale stratificazione di contratti collettivi nazionali depositati al CNEL, l’individuazione del CCNL effettivamente applicabile è operazione tecnica complessa anche per il giuslavorista esperto. Per il lavoratore — italiano o straniero — in condizioni di pressione estrema e in assenza di mediazioni reali, è di fatto impossibile.
Questa indeterminatezza non causa il caporalato, ma rende strutturale l’asimmetria di chi sfrutta. La mancata corresponsione del salario contrattuale non è un evento facilmente accertabile finché il contratto di riferimento non è certificato pubblicamente. Ogni ricorso individuale parte dall’oscurità.
La proposta di legge 1518/SG, elaborata dalla Confederazione e depositata in CNEL il 12 novembre 2025, è stata ridepositata alla Camera il 15 aprile 2026. Istituisce un sistema di certificazione pubblica dei contratti collettivi nazionali su parametri tecnici e oggettivi: la metodologia TEC/TEN — Trattamento Economico Complessivo e Trattamento Economico Normativo — elaborata dal Centro Studi Confintesa e applicata sul portale contrattipirata.it. Un meccanismo di certificazione renderebbe trasparente, ex ante, quale sia il riferimento contrattuale per ciascun settore e per ciascuna mansione. Il salario contrattuale smetterebbe di essere materia opaca per diventare elemento verificabile da chi controlla, da chi assume e da chi lavora.
Non si tratta di una risposta al caporalato, che richiede strumenti penali. Si tratta di chiudere la condizione di indeterminatezza contrattuale che lo accompagna. È un lavoro tecnico, non emergenziale, ma è la base perché il diritto al salario non sia un atto di fede.
Francesco Prudenzano
Segretario Generale Confintesa
