Cinque sindacati e il Ministro Nordio difendono il contratto.
Ci sono storie che si raccontano da sole. Questa è una di quelle.
Il 29 aprile 2026 il Ministro della Giustizia Carlo Nordio e cinque organizzazioni sindacali — Confintesa FP, Confsal UNSA, CISL FP, UIL FP Giustizia e FLP — firmano il contratto integrativo sulle famiglie professionali. È un accordo che ridisegna l’ordinamento del personale giudiziario e rende possibile la stabilizzazione a tempo indeterminato di 9.119 lavoratori precari, con un investimento di 487 milioni di euro. È il più grande ingresso di personale nella storia recente dell’amministrazione giudiziaria.
La CGIL non firma. USB non firma.
Da lì in poi succede qualcosa che merita di essere raccontato con precisione, perché ogni pezzo di questa storia è documentato, protocollato e verificabile.
Il decreto che riscrive il contratto
Il 12 giugno il Governo pubblica il decreto-legge 100/2026. L’articolo 6 interviene su una materia che le parti avevano appena regolato per contratto: stabilisce per legge che il personale stabilizzato sia impiegato «in via ordinaria» nel supporto diretto ai magistrati. Il Viceministro Sisto, titolare della delega sul personale, dichiara che i compiti sono definiti «in modo perentorio e preciso».
Il 15 giugno i cinque sindacati firmatari scrivono al Ministro e al Viceministro: definire per decreto le mansioni di un personale il cui inquadramento è stato appena negoziato è un vulnus alla contrattazione collettiva. Se il decreto non viene corretto, i sindacati ritireranno le firme dal contratto — e con esse cadranno le famiglie professionali, la base giuridica delle stabilizzazioni e, in ultima istanza, novemila posti di lavoro.
Il 17 giugno Nordio incontra i sindacati. Si impegna a proporre, in sede di conversione parlamentare, un testo conforme all’accordo del 29 aprile. Ma il decreto è già in Gazzetta. E qualcun altro se ne è già servito.
Il CSM che si fa gestore del personale
Il 24 giugno il Consiglio Superiore della Magistratura adotta proprie linee guida sull’Ufficio per il processo. Stabilisce che il personale stabilizzato debba lavorare per almeno il 70% del tempo a supporto diretto dei magistrati, con non più del 30% dedicato alle cancellerie.
Quella soglia non esiste in nessuna norma. Non nel decreto legislativo 151/2022. Non nel decreto-legge 100/2026. Non nel contratto. È un’invenzione del CSM, applicata uniformemente dal Tribunale di Milano a quello di Lamezia Terme, senza alcun riguardo per le scoperture reali del personale, che nelle cancellerie superano il 30% medio e raggiungono il 50% in molte sedi.
Due giorni dopo, il 26 giugno, il Ministero della Giustizia emana le proprie linee guida — le uniche che producono effetti giuridici sul rapporto di lavoro. Non contengono alcuna percentuale. Rimettono ai dirigenti l’organizzazione del personale in base alle esigenze di ciascun ufficio. Descrivono un modello integrato, per team e per processi, che valorizza tanto il supporto al magistrato quanto il presidio delle cancellerie.
Ma il CSM non si ferma. Il 6 luglio, con la nota P13026/2026, la Settima Commissione chiede a tutti i Presidenti dei Tribunali d’Italia di riferire come i dirigenti amministrativi hanno destinato il personale stabilizzato. Lo scopo è dichiarato nel testo: verificare il rispetto delle linee guida del CSM. Non di quelle del Ministero. Del CSM.
Il significato è questo: un organo che per Costituzione governa i magistrati (art. 105) chiede conto dell’operato di dirigenti che non dipendono da lui, che appartengono all’amministrazione del Ministero (art. 110), per verificare che rispettino un atto privo di qualunque efficacia sul rapporto di lavoro del personale di comparto.
La CGIL dalla parte sbagliata
E qui arriviamo al paradosso che in questa vicenda non è un’opinione ma un fatto.
L’unico grande sindacato che non ha firmato il contratto che ha stabilizzato novemila precari si è schierato con l’Associazione Nazionale Magistrati nel chiedere che quei lavoratori restino al servizio esclusivo dei giudici. Ha criticato l’accordo. Ha contestato l’impianto delle famiglie professionali. Si è ritrovato, oggettivamente, dalla parte di chi vuole che il lavoratore resti un assistente personale del magistrato, non un professionista con un profilo pieno e una carriera.
Il primo sindacato d’Italia difende l’interesse del datore di lavoro contro il contratto dei lavoratori. Non lo diciamo noi: lo dice la sequenza dei fatti. La CGIL non ha firmato il contratto, l’ANM non lo voleva, il CSM lo ha scavalcato. I sindacati che quel contratto lo hanno firmato lo difendono.
Il contratto non si tocca
Il 7 luglio Confintesa FP e le altre organizzazioni firmatarie hanno assunto la posizione più netta possibile: il contratto non si tocca. I lavoratori della giustizia hanno come datore di lavoro il Ministero della Giustizia, non il CSM. Hanno un contratto che ne definisce le competenze. Hanno diritto al rispetto di quel contratto da parte di tutti.
Il Segretario Generale di Confintesa FP, Claudia Ratti, ha ribadito la posizione con la chiarezza che questa vicenda richiede:
«Se servono magistrati si assumano magistrati, se serve personale di cancelleria lo si assuma: un sistema non si regge impiegando le sole risorse interne per coprire ogni necessità.»
La partita è aperta. Il decreto-legge 100/2026 è in conversione al Senato. Il Ministro Nordio si è impegnato a proporre un testo conforme al contratto. I sindacati firmatari vigilano e sono pronti a mettere in campo ogni iniziativa.
Resta una domanda, che poniamo a chi in questa vicenda si è schierato con il CSM e l’ANM anziché con i lavoratori: se il contratto firmato dal Ministro e da cinque sindacati non andava bene, perché non proporre un contratto diverso al tavolo, come prevede la legge? Perché farselo riscrivere dal CSM?
La Costituzione e lo Stato di diritto non si difendono a giorni alterni. E il contratto è la legge del lavoro.
