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DECRETO PRIMO MAGGIO: IL PROBLEMA NON È IL SALARIO MINIMO, È COME SI GIUDICANO I CONTRATTI

Giovedì 10 aprile cinque testate nazionali hanno dedicato spazio allo stesso tema: il rapporto tra contratti collettivi, rappresentatività sindacale e retribuzione equa. Il Governo prepara il Decreto Primo Maggio per attuare la legge delega n. 144/2025. Alla Camera è ripartito l’esame della proposta di legge AC 2179 sul salario minimo a 9 euro. Editoriali e analisi si sono rincorsi tra Il FoglioAvvenireQuotidiano Nazionale e Italia Oggi.
Bene che se ne parli. Ma c’è un problema di fondo che nessuno dei commentatori affronta fino in fondo: il criterio che si vuole usare per risolvere il problema è lo stesso criterio che il problema lo ha creato.

IL CRITERIO SBAGLIATO AL POSTO GIUSTO
Sia il decreto del Governo che la proposta AC 2179 ruotano attorno allo stesso perno: la “maggiore rappresentatività comparata”. Il contratto di riferimento — quello che dovrebbe fissare il pavimento retributivo — è quello firmato dalle organizzazioni più grandi. Chi è più grande decide, chi è più piccolo si adegua o sparisce.
Lo abbiamo detto a gennaio, e lo ribadiamo oggi: questo criterio non misura la qualità di un contratto. Misura la dimensione di chi lo firma. Sono due cose diverse. Un contratto può essere firmato dalla sigla più grande del Paese e contenere tutele inadeguate in certi settori. Un contratto può essere firmato da un’organizzazione più piccola e offrire coperture migliori. Il metro che il legislatore vuole usare è cieco al contenuto.
Giuliano Cazzola scrive su Il Foglio che su 1.052 CCNL depositati al CNEL, i 212 firmati da CGIL, CISL e UIL coprono il 96,1% dei lavoratori, e che quindi non servirebbero “complessi processi legislativi per dimostrare ciò che è già evidente nella realtà”. Ha ragione sui numeri. Ma ne trae la conclusione sbagliata: se il dato è già evidente, perché costruire una legge che cristallizza un monopolio? Se quei contratti sono già i più applicati, non hanno bisogno di una legge che li protegga dalla concorrenza. Se invece ne hanno bisogno, forse la concorrenza non è poi così irrilevante.

SANGALLI E IL PARADOSSO DELL’ESCLUSIONE
Dario Di Vico, sempre su Il Foglio, riporta che Confcommercio di Carlo Sangalli “vuole buttar fuori dai tavoli chi conta i firmatari dei contratti pirata”. Lo stesso Confcommercio il cui ufficio studi stima una perdita di 8.000 euro annui per lavoratore sotto contratti di sigle minori.
Ma 8.000 euro rispetto a cosa? Rispetto al contratto Confcommercio Terziario, il più applicato in Italia con 2,5 milioni di addetti. Nessuno nega che chi applica contratti al ribasso danneggi i lavoratori. Il punto è un altro: escludere le sigle minori non risolve il dumping, lo nasconde. Se un’azienda vuole risparmiare sul costo del lavoro, non lo farà applicando un CCNL di una sigla minore visibile e tracciabile — lo farà non applicando nessun contratto, o applicandolo in modo parziale, o usando appalti e subappalti per aggirare le regole.
La soluzione non è ridurre il numero delle sigle al tavolo. È alzare la qualità minima che ogni contratto deve garantire, a prescindere da chi lo firma.

LA PROPOSTA DI CONFINTESA: GIUDICARE I CONTRATTI, NON LE SIGLE
Lo abbiamo scritto, argomentato e pubblicato prima che il dibattito tornasse di moda. La nostra proposta è semplice: sostituire il criterio della rappresentatività numerica con un test di qualità oggettivo. Cinque verifiche concrete che ogni CCNL deve superare per essere considerato ammissibile:
1.Paga dignitosa— retribuzione comparabile con il settore di riferimento.
2. Inquadramenti corretti— mansioni reali, progressioni coerenti.
3. Orari e riposi trasparenti — regole chiare, senza clausole evasive.
4. Sicurezza e welfare effettivi — tutele reali, non dichiarazioni di principio.
5. Libertà sindacale praticabile — deleghe in busta paga per qualunque organizzazione, non solo per i firmatari.

Se un contratto supera questi cinque criteri, è un contratto di qualità. Accede ai tavoli, agli appalti, al sistema. Se non li supera, no — indipendentemente dal fatto che lo firmi CGIL o il sindacato più piccolo d’Italia.
Non è un’utopia. È quello che facciamo già. Su contrattipirata.it abbiamo pubblicato le schede comparative di oltre 20 CCNL Confintesa, confrontati voce per voce con il contratto leader di settore: retribuzione, orario, ferie, welfare integrativo, costo azienda. Compresi i gap dove esistono. Senza nascondere niente. Se il legislatore adottasse il criterio della qualità, quel lavoro sarebbe già fatto.

IL TEC NON BASTA: SERVE GUARDARE IL TEN
Maurizio Sacconi propone su Quotidiano Nazionale di usare il TEC come parametro, includendo le voci indirette e le prestazioni dei fondi collettivi. È un passo avanti rispetto al salario minimo secco, ma non è sufficiente.
Il vero confronto si fa sul TEN — il Trattamento Economico e Normativo — che comprende sanità integrativa, previdenza complementare, formazione. Un lavoratore coperto da un CCNL con paga base di 50 euro in meno al mese ma con una mutua sanitaria da €9/mese e un fondo pensione con contribuzione datoriale non sta peggio del lavoratore con la paga base più alta ma senza welfare. Sta diversamente — e spesso meglio, considerando i vantaggi fiscali e contributivi.
I nostri CCNL prevedono la copertura sanitaria integrativa tramite Seraphis (in collaborazione con Mutua Cesare Pozzo) e la previdenza complementare tramite Plurifonds (ITAS Vita). Questi strumenti fanno parte del TEN e cambiano radicalmente il calcolo del costo reale del contratto per l’azienda e del valore reale per il lavoratore. Chi giudica un CCNL solo dalla paga base sta guardando metà del quadro.

QUELLO CHE CHIEDIAMO
Al Governo e al Parlamento chiediamo una cosa sola: che il criterio sia il contenuto del contratto, non l’identità del firmatario. Non chiediamo corsie preferenziali. Non chiediamo di essere equiparati a CGIL o CISL per dimensione — non lo siamo. Chiediamo che i nostri contratti vengano giudicati per quello che prevedono, non per chi li ha firmati. Se sono adeguati, devono poter competere. Se non sono adeguati, è giusto che vengano esclusi.
È lo stesso principio che vale in qualsiasi mercato: vince chi offre di più, non chi è più grande. Il sindacalismo non dovrebbe fare eccezione.

Porteremo questa posizione al Festival del Lavoro 2026 (Roma, La Nuvola, 21-23 maggio), dove avremo uno stand dedicato. Con noi le schede comparative dei nostri CCNL, gli strumenti di welfare integrativo, e la disponibilità a confrontarci con chiunque — consulenti del lavoro, aziende, colleghi sindacalisti, parlamentari — sui contenuti. Non sulle sigle.

Per le analisi tecniche: contrattipirata.it
Per i piani sanitari: seraphis.it

Francesco Prudenzano, Segretario Generale Confintesa

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