Il dumping contrattuale è un problema reale. Per risolverlo non basta scegliere chi firma: serve guardare cosa c’è scritto. In tutti i contratti.
Secondo quanto riportato oggi da Repubblica e Il Foglio, il governo si appresta a depositare entro venerdì 18 aprile un decreto-legge — il cosiddetto “Decreto Primo Maggio” — che abbandona la strada dell’equivalenza e sceglie i contratti firmati dalle organizzazioni “comparativamente più rappresentative” come riferimento retributivo per tutti i settori.
Il dibattito si è polarizzato in due campi. Da un lato, chi proponeva il criterio dell’equivalenza — lasciando spazio a contratti con tutele formalmente simili ma sostanzialmente inferiori. Dall’altro, chi chiede di blindare il perimetro attorno ai contratti delle organizzazioni più grandi, usando la rappresentatività come filtro unico.
Confintesa ritiene che entrambe le strade, da sole, siano insufficienti. Perché entrambe evitano la stessa domanda.
Il problema è reale: I contratti sotto-standard esistono. Esistono CCNL con paghe base inadeguate, welfare inesistente, formazione assente, che vengono applicati per ridurre il costo del lavoro a danno dei lavoratori e delle aziende che competono lealmente. Questo è un fatto, non un’opinione. Lo documentiamo ogni giorno su contrattipirata.it
Il limite dell’equivalenza: Il criterio dell’equivalenza, nella versione che circolava nelle scorse settimane, avrebbe consentito a qualsiasi contratto di essere applicato purché “equivalente” a quello di riferimento. Ma equivalente su cosa? La paga base? Il trattamento complessivo? Chi lo verifica? Con quale metodo? Il rischio, concreto e non teorico, era di fornire una copertura normativa a contratti che allineano il minimo tabellare e tagliano tutto il resto: permessi, indennità, welfare, previdenza. Una parità sulla carta che nasconde un differenziale reale.
Il limite della sola rappresentatività: La strada ora che sembra sia stata scelta dal governo, contratti delle organizzazioni “comparativamente più rappresentative” (definizione lunare in assenza di una legge sulla rappresentanza), affronta il dumping al ribasso ma introduce un altro rischio: trasformare la dimensione organizzativa nell’unico criterio di qualità.
I parametri che vengono proposti nel dibattito di queste ore (storicità, numero di rapporti regolati, appartenenza a organismi internazionali) non misurano la qualità di un contratto. Misurano l’anzianità e le dimensioni di chi lo firma. Sono criteri selettivi di ingresso, non criteri di merito. Il rischio è che la tutela del lavoro si confonda con la tutela delle posizioni consolidate. Un sistema in cui un contratto viene considerato valido per chi lo ha sottoscritto, e non per quello che contiene, non elimina i contratti sotto-standard, li rende semplicemente invisibili.
C’è anche una contraddizione di principio che va detta.
Un governo che si richiama alla cultura del libero mercato e del merito sta scegliendo di chiudere il mercato della contrattazione collettiva con barriere dimensionali. Nessuna verifica di qualità, nessun confronto sui contenuti, solo un perimetro tracciato attorno a chi è già dentro. In qualsiasi altro settore, questa sarebbe considerata una barriera d’ingresso. Nella contrattazione collettiva, ironicamente, viene chiamata “tutela” ma il risultato è lo stesso. Chi compete sul merito dei contratti viene escluso non perché il suo prodotto è inferiore, ma perché la sua organizzazione non è “storica”. È il contrario esatto di una logica di mercato, ed è il contrario esatto di una logica di merito.
Il criterio che manca: il contenuto: Il confronto tra contratti va fatto su ciò che contengono. Non su chi li firma. Non su quanti ne applicano. Non su quanto sono consolidate le organizzazioni firmatarie. Il parametro corretto è il Trattamento Economico e Normativo, il TEN, nella sua interezza: retribuzione base, indennità, welfare sanitario, previdenza complementare, formazione, tutele normative. Un contratto con un minimo tabellare inferiore di 50 euro al mese ma con una copertura sanitaria integrativa, un contributo datoriale a un fondo pensione e un pacchetto formativo strutturato può produrre, e spesso produce, un trattamento complessivo superiore, anche considerando i vantaggi fiscali e contributivi. Chi propone il TEC (Trattamento Economico Complessivo) come parametro fa un passo avanti rispetto al salario minimo secco, ma non basta. Il TEN è il metro completo, è l’unico che permette un confronto onesto.
Confintesa questo lavoro lo fa con contrattipirata.it, dove i CCNL vengono analizzati per quello che valgono — retribuzioni, tutele, welfare, previdenza — indipendentemente da chi li ha firmati. E lo fa con i propri contratti. I CCNL Confintesa prevedono copertura sanitaria integrativa qualificata e previdenza complementare con fondi di qualità. Non per obbligo normativo ma perché è quello che un contratto serio deve contenere.
Porteremo questa posizione al Festival del Lavoro 2026 (Roma, La Nuvola, 21–23 maggio), dove Confintesa è Main Sponsor. Con le schede comparative, gli strumenti di welfare, e la disponibilità a confrontarci con chiunque sui contenuti.
Per le analisi tecniche: contrattipirata.it
