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CONVERSIONE DEL DL 62/2026 SUL «SALARIO GIUSTO»: LA POSIZIONE DI CONFINTESA.

Il 24 giugno il Senato ha approvato in via definitiva la legge di conversione del decreto-legge 62/2026, il cosiddetto « decreto Primo Maggio »; la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale è attesa entro il 29 giugno. Con questo voto entra stabilmente nel nostro ordinamento una regola legale per individuare la retribuzione adeguata ai sensi dell’articolo 36 della Costituzione: il parametro è il trattamento economico complessivo (TEC) dei contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni datoriali e sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

Confintesa condivide la direzione di fondo. Affidare alla contrattazione collettiva la garanzia di un salario adeguato — nella cornice della direttiva europea 2022/2041 — è una scelta coerente con la difesa del lavoro contro la concorrenza al ribasso. Su questa diagnosi, da parte nostra, non vi è alcuna riserva.

La riserva riguarda il rimedio. Ancorare l’adeguatezza della retribuzione a chi firma il contratto — il criterio della rappresentatività comparata — non dice nulla sul merito di ciò che il contratto contiene. È un criterio di provenienza, non di contenuto. Che la firma di un’organizzazione rappresentativa non garantisce, di per sé, una retribuzione adeguata non è un’obiezione teorica: come osservato sulla stampa specializzata in questi giorni, in tempi recenti i giudici hanno ritenuto inadeguati i livelli retributivi di contratti pur sottoscritti da organizzazioni di indubbia rappresentatività nel settore di riferimento.

A confermare il punto, sul piano tecnico-giuridico, interviene la giurisprudenza più recente sugli appalti pubblici. Come ricostruito dal Sole 24 Ore del 26 giugno, con una serie di decisioni assunte tra aprile e giugno — sentenze del Consiglio di Stato n. 3476, 3209, 3204 e 4935 del 2026 — il giudice amministrativo ha costruito un modello di equivalenza tra contratti «rigorosamente strutturale»: il confronto deve restare interno alla comparazione tra contratti collettivi completi e non può essere trasformato nella mera verifica del trattamento economico complessivo promesso dall’impresa, ricostruito a valle con correttivi esterni come il «superminimo». In altre parole: la sola dimensione economica non basta a stabilire l’equivalenza; conta il contratto come sistema, la sua parte normativa compresa. Il Consiglio di Stato si è posto espressamente in linea con la sentenza 60/2026 della Corte costituzionale, che — nel valorizzare la funzione pubblicistica dell’articolo 11 del Codice dei contratti pubblici — ha ricordato come il rinvio alla contrattazione collettiva sia lo strumento per dare attuazione alla proporzionalità e alla sufficienza della retribuzione previste dall’articolo 36.

È esattamente il principio su cui Confintesa lavora da tempo: un contratto si valuta sul merito — il trattamento economico e quello normativo insieme — e non sul nome di chi lo sottoscrive. Perché questo principio diventi misurabile e verificabile da chiunque, indipendente dai firmatari, serve uno strumento tecnico: la certificazione pubblica dei contratti collettivi, oggetto della proposta di legge 1518/SG depositata al CNEL il 12 novembre 2025 e ridepositata alla Camera il 15 aprile 2026. La legge appena approvata fissa il parametro; manca ancora il metro che ne misuri il contenuto. Confintesa mette a disposizione la propria metodologia e il proprio osservatorio www.contrattipirata.it per colmare questo spazio.

La qualità del lavoro non si difende con la sola titolarità della firma, ma con regole uniformi e con un merito che si possa dimostrare. Su questo terreno Confintesa continuerà a portare proposte, e non soltanto posizioni.

Il Segretario Generale
Francesco Prudenzano

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